CAJON JAZZ TRIO, TEMPERAMENTO E STILE
In concerto all’Auditorium Ottavanota, dec. 2013

Nell’universo musicale di questi anni, troppo spesso dominato da una certa pesantezza concettuale, il Cajon Jazz Trio orienta la sua ricerca musicale verso l’orizzonte della leggerezza: la leggerezza come freschezza di segni e colori, gusto della magia, palpito sottile dell’azzardo, soprattutto come respiro dell’anima.

Questo progetto, ha portato Evaristo Perez ad organizzare un gruppo che sedimenta nella musica svariatissime forme dell’esperienza e dell’intuizione, con la sintassi erudita di chi conosce a fondo il linguaggio che usa.

Così il repertorio può muovesi con scioltezza dalla tradizione alla sua evoluzione contemporanea, confrontandosi con con autori decisivi del jazz Novecentesco, o esplorando i maestri segreti che appaiono in filigrana nelle composizioni originali.

Il concerto tenutosi all’Auditorium Ottavanota dal trio, è equivalso ad una ininterrotta immersione in emozioni vibranti, aperte ad un gioco ondoso ed erratico dove la gentilezza del gesto e la sicurezza con cui gli strumenti hanno dialogato, spargevano i semi di quella leggerezza accennata.

Una condizione mentale che si percepiva nello scorrere delle melodie, dei ritmi, delle armonie e si vedeva nella fisicità dei corpi che accompagnavano tutta la musica come in una danza a tre, fatta di sguardi complici, sorrisi, sorprese reciproche. In questo teatro cangiante, il tessuto musicale si articola senza nessuna forzatura stilistica, tra i chiaroscuri di una naturalezza trasparente, tesa, ricca della passione meditativa che ne è il
midollo forte e sotterraneo.

Perciò il pubblico ha potuto assistere ai gesti con cui i musicisti costruivano la musica, abitandola come la propria stessa casa, disegnandone le forme nei suoi doni improvvisi, nella sua luce rapinosa, nei suoi spazi aperti; abbandonandosi spesso al soffio della grazia come alla vertigine di figure ripetute da n’autentica forza ipnotica e incantatoria.

Il loro raffinato gioco di squadra, ci insegna il valore assoluto dell’ascolto reciproco e del puntiglioso lavoro necessario a trasformarlo in azione creativa, indicandoci inoltre che la bellezza di un’opera collettiva come è la musica d’insieme, non può scaturire senza la condivisione dell’umanità di chi
la interpreta.

Questa intesa umana ed artistica è un altro dei lati vincenti che riconosciamo ad Evaristo Pérez, l’ideatore della formazione che ha saputo scegliere con acume i suoi partner, disponendosi ad accoglierne la personalità e le idee come elemento vitale della sua stessa funzione di band leader.

Dal punto di vista stilistico e strumentale, il suo pianismo sfoggia un tocco elegante, una brillantezza armonica cristallina, un pensiero controllato nel fraseggio e delle idee melodiche articolate in linee di personale lirismo.

Le sue composizioni, che nel cd sono raffinate, meditative e mature, dal vivo fanno emergere altre qualità complementari, sviluppandosi in un inno continuo rivolto alla scrittura come vitalità e all’improvvisazione come vertigine dell’invenzione istantanea.

Tra tutte ha colpito particolarmente una pagina che nell’ispirazione di Perez voleva alludere all’impalpabile fruscio che fanno le ali degli Elfi, provando con successo a trascinarci nel volo fatato della rêverie dove intorno alla sua atmosfera mitica, si sono raccolte una sequenza di deliziosi profumi e di inquietanti epifanie di certe infantili favole nordiche.

Dal lato suo, Philippe Bassoud ha dimostrato di essere un contrabbassista solidissimo “comme il faut”, nella tecnica e nel timing, ordinato ed empatico, mai sopra le righe, sempre vigile e musicale nell’adattarsi agli equilibri sonori delle dinamiche e alle oscillazioni delle forme guidate da Perez di volta in volta.

Per ultimo, il vero caso della serata. Una sorpresa totale, non solo in sé, ma nella sua integrazione e funzione d’assieme, con gli altri due strumenti. Parlo del cajon, straordinaria percussione strappata dal recinto pittoresco ed entusiasmante del flamenco e invitata ad offrire tutti i suoi colori, le sue risonanze vibranti, flessibili e profonde, completando il trio al posto della consueta batteria.

E come accade per certi incontri che non si progettano, ma avvengono perché devono avvenire, Marta Themo e il suo strumento sembrano essere indispensabili ed insieme illuminanti per questo progetto. La Themo elargisce con nonchalance una finezza sensibile, esercitata puntualmente e precisamente, negli unisono, nelle punteggiature, negli assolo, nelle scelte dei dettagli sonori.

Per tutto il concerto è lì, incantevole e positiva, suonando una cassa di legno su cui è seduta ed un piatto turco, usando le mani nude o le spazzole, disegnando pulsazioni swinganti o figure di festosa buleria che animano, ad esempio, una versione trasfigurata di Alice in wonderland… come accompagnandola tra le strade di Triana. E in questa limpidezza sognante e incantata, la percussionista di origini polacche, ammicca e sorride ai compagni, nutrita del sentimento di leggerezza sottolineato nell’avvio di questa nota.

In conclusione, merita ricordare che il concerto è sembrato così interessante e vario da consumarsi in un baleno, ammaliando il pubblico tra le sue spirali sonore e lasciandolo, dopo le suggestioni di un languido bis, desideroso di musica, di gesti, di sorrisi, di trattenersi ancora un pò in quel regno di Utopia dove il trio lo ha invitato.

Franco Finocchiaro, Jazztribe, 6 dic. 2013, Milano

Temperamento et Stile by Franco Finocchiaro, dic. 2013 (PDF)

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